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Una lettera al Quirinale: la richiesta di un cambiamento strutturale contro il bullismo

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L’adolescenza, fase cruciale per la formazione dell’individuo, si trasforma sempre più spesso in un percorso a ostacoli segnato dal disagio e dalla prevaricazione. Le recenti indagini condotte dall’Osservatorio indifesa restituiscono una fotografia allarmante della realtà giovanile in Italia: oltre la metà dei ragazzi tra i 14 e i 26 anni riferisce di essere stata vittima di violenza, con una netta prevalenza di episodi riconducibili al bullismo e al cyberbullismo.

È in questo contesto, reso ancor più sensibile dal ricordo di Andrea Spezzacatena e dal recente impatto mediatico e scolastico del film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, che si inserisce l’iniziativa di Federica Davì. La studentessa diciassettenne di un liceo classico di Palermo ha deciso di rivolgersi direttamente alla massima carica dello Stato, inviando una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’obiettivo dell’iniziativa non è cercare visibilità personale, ma farsi portavoce di quella maggioranza silenziosa di studenti che vive nella paura del giudizio e che non trova il coraggio di denunciare. Attraverso la missiva, viene portata all’attenzione del Quirinale una realtà fatta di sfiducia e disagi psicologici che possono sfociare in comportamenti autolesionistici. Alla base di queste dinamiche vi è una cultura del giudizio pervasiva, dove i ruoli di vittima e carnefice spesso si confondono in un ciclo continuo di inadeguatezza: si viene presi di mira per l’aspetto fisico, per l’abbigliamento, o per un orientamento sessuale presunto o reale, spesso utilizzato ancora oggi come insulto generico e denigratorio.

La riflessione proposta dalla studentessa palermitana si concentra sulla necessità di un intervento che non sia più episodico, ma sistemico. Nonostante la visione di opere cinematografiche a tema e i dibattiti assembleari siano passaggi fondamentali per accendere la consapevolezza, viene evidenziato come tutto ciò non sia sufficiente se non accompagnato da azioni quotidiane e strutturate.

Il punto nevralgico della questione viene individuato nell’istituzione scolastica e, in particolare, nelle ore di educazione civica. La richiesta è che questa materia non venga ridotta a semplici presentazioni teoriche, ma diventi il fulcro di un’educazione all’emotività e al rispetto, prioritaria persino rispetto alle materie curriculari tradizionali. Serve una rete di supporto reale che coinvolga le istituzioni, come il Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, per portare iniziative tangibili all’interno delle classi.

L’appello rivolto al Capo dello Stato richiama infine i valori della Costituzione, garante di libertà e di espressione, che tuttavia rischiano di rimanere inapplicati se il contesto sociale opprime l’individuo. La speranza è che, partendo dalla scuola e dalla collaborazione tra studenti e istituzioni, si possano attuare quelle misure incisive necessarie per trasformare gli istituti in luoghi sicuri di crescita e non di sofferenza.

Fonte: https://www.balarm.it/news/che-si-parta-dalla-scuola-la-voce-di-una-studentessa-di-palermo-contro-il-bullismo-160687

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